IL GEANT MAGNAFEDE (Il gigante mangiapecore)

Di Antonietta Pettavino

Si racconta che tra la val di Fassa e la val Gardena, tanto tanto tempo fa, in un’ enorme grotta, vivesse  il “Geant magnafede”, un terribile ed enorme essere che si nutriva di pecore e di animali del bosco: caprioli, scoiattoli, marmotte, volpi. 

Nessuno lo aveva mai visto, ma i pastori che durante l’estate salivano agli alpeggi con le loro pecore avvertivano la sua presenza durante i temporali estivi, quando, al riparo nelle loro baite, lo sentivano brontolare e urlare tra i fulmini e le saette che piovevano dal cielo. Oltre allo scrosciare della pioggia erano certi di sentire anche il  frastuono dei suoi pesanti passi sulle rocce, e se ne stavano ben rintanati nei loro rifugi di legno, in attesa che la pioggia calasse di intensità e che le nubi si alzassero fino a liberare l’orizzonte di chiare cime e guglie, affiancate come perle in una collana. Quando finalmente intravedevano tra le travi di legno il chiarore del cielo, uscivano timorosi  per controllare che nulla fosse successo alle loro pecore. A volte succedeva che qualcuna mancasse all’appello e allora la cercavano nei boschi o percorrevano i sentieri più impervi che salivano verso la montagna per andare a recuperarla. Lassù le tracce del passaggio del Geant erano evidenti: rami spezzati,  nidi a terra, grandi massi rotolati nel ruscello o sul sentiero, qualche albero caduto con il tronco spezzato in due dalla sua furia. 

Talvolta riuscivano a ritrovare l’animale perduto, che magari era rimasto imprigionato tra i rami, ma spesso non c’era modo di trovarlo, perchè il gigante era davvero ghiotto di carne di pecora e nelle sue scorribande riusciva sempre a soddisfare le sue voglie. Verso la fine di un’estate  i pastori scesero a valle con gli animali superstiti. Gli abitanti del villaggio li aspettavano con  gioia, suonando e cantando per le strade, anche se rimasero un po’ delusi nel vedere che il gregge si era così ridotto. Dopo aver mangiato e bevuto tutti insieme, si riunirono per discutere come fare per sconfiggere  il gigante: se avesse continuato a fare razzia non avrebbero più avuto nè la lana per i loro maglioni, né i formaggi per accompagnare la polenta, né quella poca carne che ogni tanto si concedevano. Ma certo non era semplice riuscire a trovarlo ed avere la meglio su di lui, grande e grosso com’era!  Improvvisamente si avvicinò al capo del villaggio una pecora che nessuno aveva mai visto: aveva uno strano pelo  luminescente e gli occhi erano di un colore davvero insolito, sembravano degli smeraldi!  Avvicinò il  suo muso all’orecchio dell’uomo e disse con una voce vellutata:

” Oltre i rododendri e lo stregato dirupo

  una grande zuppa di boleti satanici 

  e il Geant sarà per sempre perduto! ” 

Non fecero in tempo a sentire queste parole che la pecora scomparve alla loro vista,  come risucchiata dalle ombre della notte. Non era poi così strano però…talvolta le fate amiche dei boschi parlavano con gli uomini, trasformando le loro sembianze per aiutarli a superare le difficoltà della dura vita fra i monti. I montanari, tra un bicchiere di grappa e l’altro, pensarono e ripensarono alle parole misteriose, ed infine prepararono il loro piano.

L’indomani vi fu una grande battuta  nel bosco alla ricerca di funghi: quelli buoni li tennero per loro e li mangiarono con la polenta, mentre con quelli velenosi prepararono, in un enorme pentolone, la zuppa per il gigante. Quando fu pronta la versarono dentro un  grande otre che Bepi, il calzolaio, aveva cucito per l’occasione. Gli uomini più forti e coraggiosi si prepararono per la lunga marcia  verso la grotta. Era arrivato l’autunno e le notti erano fredde; già qualche spruzzata di neve aveva imbiancato le cime degli alberi, nella fascia superiore del bosco. Con scarponi ai piedi e pesanti giacche, in una notte serena di luna piena, il gruppo si incamminò silenziosamente fra gli abeti, trasportando la zuppa di Boletus Satanas, i funghi mortali.  Arrivarono oltre i rododendri ormai sfioriti, raggiunsero il “dirupo de la stria” e vi si calarono con una corda; risalirono infine l’altro versante della montagna arrampicandosi  e finalmente intravidero una grossa cavità nella roccia.  Si avvicinarono con cautela e sbirciarono all’interno: era buio pesto ma si sentiva il pesante  respiro del gigante che dormiva. Gli uomini deposero velocemente il grosso contenitore di pelle all’ingresso della grotta e fuggirono a passi svelti, nel timore che il loro nemico si svegliasse.  Mentre stavano raggiungendo il paese, alle prime luci dell’alba, improvvisamente nel  cielo si addensarono montagne di nuvoloni grigi; gli abeti, i larici e i cirmoli ondeggiarono furiosamente, spinti da un vento così forte che li faceva piegare e contorcere. Dalla montagna arrivò un fortissimo boato e caddero massi enormi che nella loro corsa sradicarono alberi e seminarono morte tra gli abitanti del bosco. Il gigante al suo risveglio  aveva mangiato la zuppa di funghi: era uscito dal suo rifugio e si era messo a correre furiosamente sulle rocce, colto da un terribile dolore allo stomaco. Non capiva più niente dal male e ci vedeva poco perchè il sole non era ancora sorto; così inciampò e precipitò nel dirupo, finendo così per sempre la sua corsa. E fu così che i montanari riuscirono a liberarsi del loro nemico e delle sue sfuriate: ripulirono il bosco, portarono a valle la legna degli alberi distrutti e la usarono per scaldarsi nel lungo inverno. Gli scultori ricavarono da un grosso tronco la statua di un gigante, che posero all’entrata del paese, per ricordare a tutti la loro vittoria. Ai suoi piedi misero anche una piccola pecorella di legno di cirmolo, con gli occhi dipinti di intenso verde smeraldo. In primavera, allo sbucare delle primule, i pastori tornarono all’alpeggio con i loro animali: insieme trascorsero un’estate serena, con splendide giornate di sole, cieli solcati da nuvole leggere e qualche piccolo, innocuo temporale. E così fu, per tutte le stagioni successive.

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