Il gheppio delle Dolomiti

Di Argyros Singh

Un giorno morì il primo gheppio ad aver raggiunto la Conca Ampezzana. Non si ha notizia di quale fosse il nome di quel falchetto, né se ne avesse mai avuto uno, ma di lui si parlò a lungo nei millenni, prima in forma orale e in seguito nei libri. Si dice che provenisse dalle rive del fiume indiano Brahmaputra, per quanto nessuno conoscesse il significato del suo viaggio. Con lui si muoveva la compagna, che da anni lo seguiva in quei remoti pellegrinaggi.

Giunti alla valle dolomitica, rimasero ammaliati dai rilievi e dalla vita che si svolgeva ai loro piedi. Avevano visto innumerevoli terre e sorvolato molti mari, e ogni giornata rappresentava per entrambi una sorpresa. Di fronte al massiccio del Sorapiss, però, provarono una strana sensazione; il fiume che avevano lasciato, a molte miglia, proveniva da un una montagna più imponente, ma quei rilievi gli ricordarono casa e ciò li convinse a restare. Continuarono a sorvolare l’area circostante in cerca di un rifugio, fino a quando, al calare del sole, furono colpiti dal contrasto di luce del monte Faloria. Scesero in picchiata tra le sassifraghe dai molti colori e odorarono i prati, scoprendo tra le fessure del terreno una vastità di creature nascoste.

«Non vi faremo del male.» disse lei «Vogliamo vivere in pace.» E proseguirono fino a dove l’erba lasciava spazio alla nuda roccia. La coppia era rimasta sorpresa nel vedere un giardino di rose in quel luogo tanto impervio e decisero di comune accordo di fermarvisi. Quella stessa notte, tuttavia, un salvan li catturò. Era un uomo barbuto, vestito di pelli e incapace di comunicare a parole. Eppure non aveva preso i due gheppi con lo scopo di mangiarli. La sua caverna si trovava all’interno del giardino, nascosta da una porta di rovi, e conteneva molteplici specie di uccelli. Sembrava che, nonostante l’aspetto selvaggio, il salvan provasse un certo piacere alla vista del bel piumaggio dei suoi prigionieri.

La sorte dei gheppi fu amara, poiché dovettero trascorrere sette anni in quella prigione. La loro gabbia era abbastanza ampia, tanto che la rassegnazione divenne col tempo un’abitudine. Passato quel periodo, infine, sentirono uno strano rumore all’ingresso della caverna, in una notte d’autunno. Il salvan russava in due tonalità, quasi a formare un dialogo, così i gheppi pensarono che si trattasse di un incauto animale del bosco, che di tanto in tanto veniva a fargli visita. Il buio era palpabile e dall’oscurità giunse una voce chiara: «Siete liberi di andarvene, dolci animali.»

La gabbia si aprì e, istintivamente, il gheppio saltò fuori. Accortosi che la compagna non lo seguiva, si fermò: «Siamo state creature libere e ti dico che non vale la pena scappare da una gabbia piccola a una più grande.» disse lei.

«È la nostra occasione! Non possiamo sapere che cosa ci riservi questa valle.»

«Come in ogni terra, sarà solo più difficile procacciarsi il cibo. E l’inverno è alle porte: siamo troppo deboli per migrare ancora.»

Il gheppio era incerto, ma udendo il suono delle altre gabbie che si aprivano, si precipitò verso l’uscita. La compagna fischiò qualcosa di incomprensibile, ma lui planò come facevano gli uccelli selvaggi e, per quanto impacciato, riprese possesso del proprio corpo. Era ancora notte fonda e l’uccello andò a rifugiarsi dentro il tronco di un abete bianco. Appena posò le zampe, però, rimase intrappolato in una sostanza viscosa e, avvicinando il becco per capire che cosa fosse, si incollò anche con la testa.

D’un tratto, risvegliato dal grande clamore di quella fuga notturna, giunse sul posto il suo amico tasso, il quale, per niente sorpreso di vederlo fuori, incominciò a scherzare alle spese del malcapitato, svegliando così tutto il vicinato. Il passero di zona gli intimò di calmarsi – “non erano mica modi questi” – ma quando vide il gheppio fischiò di gusto a sua volta. Questi accennava qualcosa con gli occhi, quando finalmente il tasso lo intese e, con l’aiuto dello scoiattolo che abitava quel tronco, lo liberò dalla resina.

Per il resto della notte lo scoiattolo fu cordiale e l’ospitò, ma il mattino seguente di lui non c’era più traccia. Là fuori, sugli alberi, le rocce e le tane, vi era un gran formicolare di animali. Tutti erano mossi dalle necessità e nessuno aveva tempo di stare fermo a fischiettare per il puro gusto di farlo. Solo certe specie facevano sentire il loro verso, ma era forse un caso se per dire di aver fame la natura li avesse dotati di una voce soave. Così l’uccellino rimase solo a guardare, senza sapere da dove cominciare. Trascorse un giorno intero in quella contemplazione, con un certo languore allo stomaco. Poi, rincuorato dal ritorno dello scoiattolo, andò a dormire con una rinata speranza per il domani.

Il secondo giorno si rivelò come quello precedente, e fu così per un’intera settimana. Di tanto in tanto, lo scoiattolo rimediava qualcosa per lui, fino a quando, stanco e deluso da quella nuova dipendenza, tornò alla vecchia gabbia con la coda tra le zampe. Abbattuto com’era, la compagna non ebbe il coraggio di aggredirlo, e lo consolò. Vedendolo, il salvan non disse nulla; rimase però ad ammirarlo per ore, come a voler recuperare il tempo perduto a osservarlo. L’uccello era più triste che mai, perché ripensava ai suoi giorni di libertà; aveva guardato con ossessione gli altri animali e gli era sembrato che nessuno di loro fosse veramente libero, e che tutti dipendessero dall’altro, dalle proprie necessità o da entrambe le cose. E notò che nessuno aveva tempo di gustare un guadagno o una conquista, perché a ogni guadagno seguiva l’obbligo di non perderlo e a ogni conquista l’esigenza di accrescerla. Tanto che in questa continua tensione all’ingrandimento, all’espansione e alla ricerca di un benessere sempre nuovo, non era rimasto libero più nessuno.

Il gheppio, tornato in gabbia, si chiuse in se stesso, con la testa immersa tra le piume. Pensava e ripensava alla libertà; trovava sempre nuove storie; poi definizioni; poi ancora ripensamenti in vista di una riconferma. E tutto assorto in questa sua filosofia, non ricordava nemmeno più di avere un corpo, e si dimenticava di mangiare e di bere per intere settimane. La compagna non lo riconosceva più, sebbene fosse attratta dalla nuova aura di mistero che lo avvolgeva. Tutto, in lui, si stava trasformando in spirito.

La sua storia fece il giro del mondo. Gli animali andavano a fargli visita per sapere come ricongiungersi con lo spirito, e il gheppio, quando tornava in questa realtà, era ben contento di esporre il suo pensiero agli altri. Vedendo giungere spontaneamente un gran numero di creature pacifiche nella sua grotta, il salvan si convinse a liberare tutti gli animali e chiamò i suoi compagni perché assistessero a quel prodigio.

Per un attimo, sembrò che il successo avesse riportato il gheppio alle cose concrete. Aprì una scuola, le sue idee divennero come leggi, che tutti amavano e nessuno seguiva. Con amarezza, l’uccello si accorse che non c’era molta volontà di contemplare. A poco a poco, infatti, la moda della sua filosofia venne meno; tornò a essere l’unico a professarla, con l’eccezione della compagna. La scuola fu chiusa; le sue norme furono ridotte ad aforismi incompresi e abusati. Così, un giorno, morì il primo gheppio della Conca Ampezzana. Non se ne andò per la solitudine della caverna, né per quella interiore, bensì per l’amarezza di non essere riuscito a vivere libero.

La compagna rimase una giornata intera con il compagno di una vita, fischiando intensi peana per celebrarlo. E il suo canto si propagò dalla caverna al bosco sottostante, fino a diffondersi attraverso le valli dolomitiche. Allora quei suoni si mescolarono a quelli dei discepoli e divennero un solo coro; il salvan che abitava la caverna, costernato, diede fuoco al giardino di rose, in memoria del gheppio dalle belle piume. Le valli si trasformarono in un unico lamento di ricordo e di celebrazione. Giunse la Luna piena e la sua luce d’argento imbiancò le rocce del monte Faloria, facendone un’unica, possente, tela. Tutti gli animali cantavano a modo loro, e l’orchestra divenne ora dopo ora più articolata, completa e armoniosa. Ognuno si sentì come mai era accaduto prima; alcuni cominciarono a leggere le frasi del gheppio; qualcuno sembrò persino comprenderle, ora, sotto la luce argentata. E proprio quando il mormorio si fece impeto, sullo sfondo della luce cinerea comparve un uccello maestoso. Tutti lo avevano riconosciuto, per quanto le ali e il corpo avessero assunto forme del tutto nuove. Con il suo volo fece tornare la luce solare e la tela di roccia si tinse del colore delle rose. La compagna lo osservava sulla cima del monte e, ispirata, chiamò l’antico gheppio Fenice, affinché nessuno potesse competere con la sua grandezza. «Post fata resurgo!» gridarono all’unisono le creature del bosco.

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