Jàzina

Di Mara Marchesan

C’era una volta una bambina nata nel cuore della notte più fredda dell’anno, quando tutte le forme erano ricoperte da un velo di ghiaccio. Per questo, le era stato dato il nome di Jàzina. La bimba viveva in una piccola casa che profumava di cirmolo, nella radura lungo il torrente dai colori del cielo. Tutto intorno c’era una foresta di abeti e larici che per Jàzina era il giardino delle meraviglie, il luogo in cui trascorreva le sue ore spensierate con gli amici del bosco: scoiattoli e cerbiatti, volpi e gufi.

Un giorno, mentre giocava a rimpiattino tra gli alberi secolari, la bimba aveva sentito un richiamo che da velato e remoto era diventato sempre più forte e perentorio. Aveva alzato gli occhi al cielo per capire da dove provenisse, e proprio in quel momento tra le fronde di un larice si era posato un grosso corvo lucente.

“Buondì Jàzina – le aveva detto il corvo con voce profonda – ti ricordi di me?”

Jàzina guardava il corvo con un misto di sorpresa e ammirazione per la bellezza del suo piumaggio e il portamento fiero. Aveva un’aria familiare, eppure non riusciva a ricordare dove mai l’avesse incontrato. Di rado si spingeva fuori dalla foresta, e poteva contare sulle dita di una mano le volte in cui si era avventurata fino ai maestosi massicci montuosi che si intravvedevano oltre il bosco. Il corvo non era tipo da convenevoli e cerimonie, e prima che Jàzina trovasse una qualche frase di circostanza per dargli una risposta, aveva continuato: “Quella volta che ti sei inerpicata tra i baranci* e poi su per un ripido ghiaione, fino a sfiorare i confini del Regno di Jàzo, il fatato regno di ghiaccio delle vette. Hai accarezzato con le tue manine quella distesa che sembrava fatta di vetro ceruleo e hai pronunciato il tuo nome.”

“Sono Jàzina, sono parte di te – aveva esclamato la bimba – certo che ricordo, ho salutato il ghiacciaio e subito dopo dalla cima del monte sei comparso tu, e ho salutato anche te!”

Il corvo aveva annuito con fare solenne, poi le si era fatto più vicino e le aveva lasciato cadere in grembo una piccola ampolla a forma di goccia. Jàzina l’aveva sollevata verso il cielo e aveva visto qualcosa baluginare al suo interno.

“Sono cristalli di ghiaccio – le aveva spiegato il corvo – lì dentro c’è tutto ciò che rimane del Regno di Jàzo.”

Il corvo era un messaggero alato. Il messaggero della Regina del Regno di Jàzo, il cui trono era stato usurpato dalla cieca, bieca prepotenza di un manipolo di umani. Erano bastati pochi decenni per far quasi svanire nel nulla quel millenario regno di diafana e delicata armonia. La causa, le raccontava accigliato il corvo, era un mostro dalle mille teste, subdolo e inafferrabile come un’esalazione mefitica. Si chiamava cambiamento climatico. Questa entità dall’aria orrifica stravolgeva l’ordine della natura, portava il caldo dove aveva sempre fatto freddo, scioglieva i ghiacci eterni come fossero cubetti al sole, trasformava le spesse coltri dei ghiacciai in rivoli d’acqua e nuda pietra. Erano stati proprio gli umani a innescare il disastro, a sconvolgere gli equilibri ecologici con i loro atti sconsiderati e incuranti… Bruciavano carbone e petrolio per mandare avanti il loro mondo frenetico, abbattevano enormi foreste a ritmi vertiginosi, allevavano milioni di animali con metodi cruenti e irrispettosi dei cicli naturali, scaricavano le loro scorie ovunque, nel terreno, nell’acqua e, soprattutto, nell’aria.

A sentire il crescendo di scempi, Jàzina era diventata più pallida dei Monti Pallidi che cingevano la sua radura in un amplissimo abbraccio e vegliavano notte e giorno su di lei. L’amico alato aveva allora ripreso a parlare dell’ampolla, che del resto rappresentava ciò per cui entrambi erano lì.

“Furono i Nani che vivevano sotto il Regno di Jàzo, nelle profondità della Dolomia, a forgiare la struttura di cristallo – aveva raccontato a Jàzina, provocandole un guizzo di gioia – mentre i cristalli di ghiaccio custoditi all’interno furono donati dalle Anguane, le eteree creature delle acque che di quei ghiacci erano figlie.”

Per salvare il prezioso mondo di ghiaccio, Jàzina aveva un compito delicatissimo: portare l’ampolla magica fin nel cuore del Regno e depositarla sul trono con in cima una stella, dove un tempo sedeva la Regina e che ora era vuoto e desolato. Ma come poteva fare, se quel luogo distava quanto tutti i sassi delle montagne messi in fila, e nessuno conosceva la strada? Prima di congedarsi con un vigoroso battito d’ali, il corvo le aveva detto di rivolgere gli occhi alle pareti rocciose. “Lì troverai i messaggi che ti porteranno per mano nella direzione giusta, fino alla tua destinazione.”

E così Jàzina si era incamminata dalla radura verso il fitto del bosco e poi, puntando gli occhi ai bastioni di roccia che occhieggiavano tra le fronde, aveva colto il primo messaggio. Veramente, lo aveva colto per primo il suo amico scoiattolo, che balzellando da un ramo all’altro l’aveva seguita quatto quatto, e ora con la coda fulva e un po’ arruffata le indicava un gruppetto di pini cembri che, abbarbicati sulla parete rocciosa, formavano una scritta e una freccia: “Per di Qua”. E in quella direzione Jàzina era andata.

Dopo qualche tempo aveva raggiunto il confine della foresta, dove c’era ad aspettarla un altro amico, il cerbiatto. Quale sorpresa per la bimba, che cominciava a sentirsi sempre più spaesata man mano che si allontanava dall’intimità protettiva della sua foresta. Con la punta del musetto, il giovane animale le aveva rivelato una nuova scritta, stavolta formata dai chiaroscuri delle rocce dolomitiche: “Verso su”. E allora verso l’alto Jàzina si era diretta, salendo con pazienza, passo dopo passo, lungo il crinale che si faceva sempre più scosceso.

Era stato un attimo: si era girata verso la foresta per vedere quanta strada avesse già fatto, e tra le guglie che la sovrastavano era riecheggiato un boato cupo e minaccioso. Una frana stava per abbattersi su di lei, un enorme cumulo di detriti che un tempo erano mantenuti in posa dalla mano ferma e possente del ghiacciaio, ma che ora non lo erano più.

“Tendi le mani al cielo, Jàzina!” Un grido stridente era emerso dal nulla e subito dopo la bimba si stava librando in volo, agganciata agli artigli del suo vecchio amico, il gufo. L’aveva scampata bella, un attimo di indugio e si sarebbe ritrovata sommersa dal pietrame.

Il gufo l’aveva depositata su una forcella verdeggiante di erbe e stelle alpine, molti e molti metri più in alto. Da lì Jàzina si era avviata lungo un pianoro erboso, regno di mille giocose marmotte che le avevano scaldato il cuore, e poi verso un anfiteatro roccioso punteggiato di camosci. Qui la bimba stremata dal lungo, lunghissimo cammino si era fermata per riprendere le forze, accucciata tra i massi. Alcuni camosci se ne stavano accucciati proprio come lei, solo che erano molto più sereni e riposati di lei. Stava rimirando le loro forme morbide e al contempo gagliarde, quando si era accorta che non si erano accoccolati qua e là a caso. Uno dopo l’altro, formavano una sorta di lunga serpentina che si protendeva lungo il monte e poi spariva in un anfratto che squarciava le pareti verticali.

Arrancava ora la piccola Jàzina, la salita era davvero impervia e non c’era più nemmeno un ramo di pino mugo a cui tendere la mano per aiutarsi nell’ascesa. Alzando lo sguardo aveva però scorto un nuovo messaggio, che si intravvedeva proprio all’imbocco dell’anfratto dei camosci. Diceva: “Verso il centro.” E così lei aveva fatto. Era arrivata fin lassù e poi era andata dritta verso il centro della montagna, gigantessa imperturbabile ma accogliente. Ora non c’erano messaggi a segnarle la via, ma una chiarissima luce che brillava in lontananza e si riverberava lungo i cunicoli di roccia bianca e cristallina.

L’ampolla che la bimba custodiva tra le mani aveva cominciato a pulsare, dal suo interno si riverberavano gli stessi raggi luminosi che accendevano le pareti. E finalmente era giunta alla sala più interna, la sala del trono, e ora vedeva davanti a lei la fonte di tutta quella luce: era la stella sulla cima del trono a emettere quel fulgido bagliore. L’ampolla ora aveva consistenza di luce e dai cristalli di ghiaccio racchiusi all’interno stava prendendo forma una creatura algida e radiosa, bellissima. Era la Regina del Regno di Jàzo. Aveva conquistato nuovamente il suo trono, e con un cenno della mano e un sorriso più luminoso di mille soli, più fresco e soave di mille sorgenti zampillanti, aveva salutato la piccola Jàzina.

E così, dopo un tempo che poteva essere di mille attimi o mille millenni, la bimba si era ritrovata proprio al centro della sua amata radura e, alzato lo sguardo verso le imponenti montagne, lo aveva visto in tutta la sua abbagliante bellezza: il magnifico ghiacciaio del Regno di Jàzo era riapparso sopra l’orizzonte.

* nelle Dolomiti, i baranci sono i pini mughi

PARTECIPA ANCHE TU!
Metti in gioco la tua fantasia e scrivi una fiaba inedita in onore delle Dolomiti.
Le più ispirate saranno incluse nel catalogo della mostra.